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No, non è un’altro di quegli inutili libretti scritti e pagati di proprio mano per farsi un pò di pubblicità…c’è qualcosa di molto più importante dietro quelle pagine. Io lo so perchè conosco Riccardo e la sua storia. So che tra quelle righe si nascondono sentimenti forti e valori radicati nel tempo. So che c’è la voglia di trasmetterli, fin ad ora solo sul campo e da oggi anche attraverso parole scritte.

Potrei dire molto banalmente, e ve lo dico, che tantissimi tra i grandi del tennis mondiale sono stati raccattapalle, da Adriano Panatta , di umili origini, il cui padre Ascenzio era custode dei campi del Tennis Club Parioli a Roger Federer nel suo luccicante club di Basilea.

Da un Manolo Orantes dallo smisurato talento ma dallo sguardo triste, reso forse tale dalla lunga gavetta di raccattapalle dovuta alla miseria, (che da campione affermato non rinnegò mai), a John Mc Enroe che nel 1971 aveva fatto da raccattapalle a Forest Hills nientemeno che a Biorn Borg : “Era la prima volta che lo vedevo. Aveva l’aspetto di un divo: capelli lunghi, la fascia, un’ombra di barba, il completo Fila, con la maglietta a righe. Adoravo quel look. Per lui ero solo un picchiatello, non mi capiva, ma mi rispettava”.

E tanti altri lo sono stati nel calcio, come Fulvio Collovati, diventato poi famoso col Milan : “A dodici anni ero raccattapalle a San Siro e un addetto della società ci raccomandava di accelerare il gioco se il Milan era in svantaggio o di rallentarlo in caso contrario. Ma tutto era fatto in senso bonario, mica ci chiedevano di essere scorretti: eravamo bambini, come quelli di adesso. Ho bellissimi ricordi: facevo il raccattapalle a Rivera, poi finii col giocarci insieme quattro anni e con lui vinsi lo scudetto della stella“.
O ancora Fabio Cannavaro , che oggi si diverte ad insegnare i trucchi ai raccattapalle… lui che è stato tale addirittura ai tempi d’oro di Maradona a Napoli!

Potrei raccontarvi , e lo faccio, tantissimi aneddoti relativi ai raccattapalle, come quello di Gigi Riva che durante un allenamento con un tiro ruppe un braccio al raccattapalle Danilo Piroddi. Il giovane cagliaritano ricevette per risarcimento un autografo sul gesso, un pallone, l’ingresso allo stadio Olimpico e la dedica del gol del bomber alla Lazio.

O come quello di Gianluca Caprari, oggi in A col Pescara di Zeman, che nel 2008, a 14 anni, fu un razzo nel piazzare il pallone sulla lunetta del corner, spianando la strada al gol di Mancini in Roma-Palermo.

Fare il raccattapalle è, per un tennista o per un calciatore,  una fortuna, o quantomeno può esserlo .

E’ una opportunità per imparare, per migliorare, per alimentare la propria passione. E’ un percorso di vita probabilmente indispensabile per affacciarti direttamente nel mondo di quelli che sono i tuoi sogni, i tuoi desideri, i tuoi idoli, altrimenti impossibile da accedervi.

Solo chi ha vissuto intensamente lo sport, lo ha masticato come cibo tutti i giorni per 365 giorni all’anno (comprese le festività) , lo ha metabolizzato come sangue nel suo corpo, può capire l’emozione dello stare in campo affianco a campioni, la sensazione inebriante e vivifica nell’immaginarsi un giorno anch’egli protagonista. E poi ancora, quando sarà veramente così, l’affacciarsi dei ricordi e delle esperienze, in un continuo susseguirsi di fotogrammi utilizzati per superare momenti difficili o per celebrare momenti di gioia. Diapositive della vita che fu e che ti ha formato per diventare quello che sei oggi . Pozzo a cui attingere acqua fresca nei momenti di tristezza. E poter dire “io c’ero”, “io ero…” rimane qualche volta l’unica possibilità di rimanere “allacciati” ai giorni felici le cui notti erano cantieri di sogni, di speranze, di ideali e le cui mattine si aprivano con il buon sapore della fiducia nel domani .

E lo sport , questa parola inglese tradotta oggi purtroppo solo in “calcio” , era ed è ancora per molti, il mezzo ed il fine, l’oggi ed il domani, il bene ed il male, i margini di un foglio su cui scrivere storie, incontri ed amori, ed amicizie.

Soprattutto le amicizie, quelle che non perderai mai, quelle vissute tra spogliatoi e campi di gioco, tra allenamenti e partite. Quelle con cui hai condiviso i tuoi momenti di felicità più grande, ma anche di dolore. Con le quali sei cresciuto, sei diventato grande ed il tuo essere “grande” è diventato un mosaico tra le cui tessere vi sono anche quelle delle tante piccole e grandi amicizie nate su un campo da tennis.

E il senso di appartenenza, il gruppo, la squadra, il circolo che vanno a sovrapporsi alla classe, alla famiglia, creandone un’altra, più allargata, i cui componenti sono i compagni di squadra, il maestro, il preparatore atletico, l’addetto ai campi, il segretario, il presidente etc etc. Figure di riferimento, alternative sane ai pericoli della “strada” e mai tanto benedetti dai genitori.

Lo sport è fatto anche di questo o forse è solo questo, non lo so, ma forse… forse tutto comincia inseguendo una palla.

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